E’ incredibile quanto un obbiettivo sbagliato possa rendere infelici.
Un obbiettivo troppo lontano ed utopico condanna immediatamente all’infelicità per la mancanza quasi certa del risultato.
Un obbiettivo troppo semplice, invece, rischia di essere frutto della nostra pigrizia e del nostro scarso impegno.
Un obbiettivo ben tarato e nelle nostre possibilità pur sembrando la scelta migliore per la felicità, contiene in sé difficoltà e peripezie di vario genere che spesso lo rendono ancora una volta irraggiungibile finendo per lasciarci, per dirlo alla Verga, vinti!
Siamo spacciati? Solo apparentemente!
Quando si parla di obbiettivi, è quasi immediato, anche se non sempre giusto pensare ai risultati. Il momento in cui si raccolgono i frutti del nostro impegno, delle nostre fatiche è, chissà per quale retaggio culturale, etichettato come il momento di massima felicità e ciò talvolta è anche vero. Il problema nasce quando per questo momento di massima felicità barattiamo anni interi di serenità rimanendo, quando la gioia del momento è svanita, con un pugno di mosche.
Facciamo un esempio che probabilmente non calza per tutti, ma per la maggior parte di noi penso di sì. Pensiamo agli anni di scuola: quanta “sofferenza” e quante volte abbiamo desiderato di essere già diplomati. Peniamo agli esami di maturità, alla tensione, alla fatica, al cameratismo con i propri compagni. Pensiamo al momento in cui abbiamo letto il voto con il quale siamo usciti dal liceo. La gioia, talvolta la delusione per un voto più basso di quanto non ci aspettavamo ma, di fondo, la serenità e per certi versi la “felicità” di aver finito, di essere liberi, di poter fare della propria vita qualsiasi cosa. Quanti anni di “infelicità” ci sono dietro questi momenti? E adesso, dopo tanti anni da quel momento, cosa ci è rimasto in mano? Niente perché siamo nuovamente infelici attendendo il prossimo momento come quello: la laurea, l’assunzione, la pensione, il matrimonio ecc. ecc.!
I risultati, il prodotto, il profitto. Tutti concetti che dal punto di vista esistenziale sono presenti solo nel mondo occidentale. Nel mondo orientale l’attenzione per le piccole cose, per il momento, per l’attimo, per le emozioni è molto più presente e fondante. A rafforzare questa tesi vi è anche la statistica: il numero di suicidi è quasi triplo in occidente piuttosto che in oriente!

Non conta dove siamo arrivati o dove arriveremo, ma come. Non conta cosa abbiamo fatto, ma chi siamo.
Sposati, preti, suore, single, studenti, lavoratori, disoccupati, politici, semplici cittadini, contadini, operai, avvocati, ricchi, poveri: non è importante cosa si sia prodotto, ma il modo in cui lo si è fatto. Ciò che è importante è vivere al massimo delle nostre possibilità ciò che si è.
Il vero obbiettivo è quello di formare la propria anima, il proprio essere, per riuscire a percepire, conoscere ed entrare in relazione con Dio.
Per quanto sapremo relazionarci con Dio e per quanto riusciremo ad allargare il nostro cuore lui entrerà in comunione con noi, in questa vita e nella vita eterna. Ecco la vera gioia!
Dio non bada a cosa abbiamo prodotto, in che posizione sociale siamo riusciti a collocarci e, azzardo, quanto siamo stati “bravi”. Ciò che Dio guarda veramente è se siamo riusciti ad emozionarci davanti ad un fiore che sboccia, se abbiamo amato e siamo stati noi stessi nel migliore dei modi a noi possibile.
Se per andare a vedere un tramonto a Sidney (Australia) ci perdiamo tutti quelli che ci sono durante il viaggio, che senso ha partire? Non riusciremo a goderci neanche quello!
Pubblicato da paololibero 
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commèrcio: (pl. -èrci), s. m. scambio di beni economici col denaro o con altri prodotti